Centro di Formazione e Ricerca in Analisi Transazionale
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La teoria dei giochi a partire da Berne

 

 

Berne era molto avanti nel comprendere il significato di questi fenomeni intersoggettivi, sebbene la teoria dei giochi non si sia evoluta per molti anni dopo di lui. Infatti, gli analisti transazionali sono stati resistenti ad abbandonare un approccio unilaterale ai giochi in terapia, nonostante le forti evidenze nella letteratura più ampia degli ultimi 30 anni, secondo cui gli enactments reciproci possono offrire uno sguardo potente sull’inconscio del cliente (Aron, 2003). Mi chiedo se lo sviluppo della teoria dei giochi sia stata ostacolata da persistenti associazioni con il seguente interrogativo: il coinvolgimento in un gioco è sempre un segno di incompetenza di un terapeuta?

Più recentemente, le prospettive relazionali all’interno dell’analisi transazionale (Cornell & Hargaden, 2005; Hargaden & Sills, 2002), che presuppongono che i giochi dei clienti e il copione siano attualizzati nel presente tra il cliente e il terapeuta, hanno creato il terreno per sviluppare gli elementi bidirezionali e inconsci della teoria del gioco.

Dal canto suo, Woods (2002) mette in discussione la focalizzazione di Berne rispetto alla confrontazione del comportamento del cliente, suggerendo che questo potrebbe essere legato a un processo regressivo, una scivolata nella disperazione, o anche nella psicosi. Egli mette in evidenza il valore del gioco come codificazione inconscia modificata (Woods, 2000, p. 94) e sviluppa un approccio interpersonale ai giochi nel setting della terapia, utilizzando la teoria dell’identificazione proiettiva (Woods, 1996).

Da questa prospettiva, la persona A proietta una parte non riconosciuta di sé su B, che poi si identifica con questa e agisce la proiezione, confermando così le aspettative transferali. Woods si ferma prima di considerare il terapeuta come un giocatore in azione con i propri vissuti transferali attivati. Invece, descrive il terapeuta come catturato dalla patologia del cliente.

Hine (1990) estende la teoria del gioco all’interno di una prospettivac completamente bidirezionale, nella quale entrambi i giocatori sono ugualmente immersi nel gioco. Tuttavia, l’autrice confina la sua applicazione della teoria alla vita di tutti i  giorni, non a relazioni terapeutiche. Hunt (2011) e Shadbolt (2012) sviluppano entrambi il modello bidirezionale di Hine, usando (1972) la formula G di Berne, applicandola alla diade terapeutica. Hine descrive la supervisione come la chiave per lavorare con il materiale inconscio del terapeuta all’interno di un gioco, e Shadbolt (2012) offre un esempio  toccante di uso della self-disclosure per creare nuovi significati a partire da un processo di gioco.

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