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Controtransfert con i giochi di secondo grado

 

 

La definizione di Berne (1964/1996, p. 64) dei giochi di secondo grado sottolinea la natura

mascherata e nascosta di queste dinamiche, suggerendo che l’affettività in questi giochi è

contaminata da sentimenti di vergogna e senso di colpa. A differenza dei giochi di primo grado, che sono socialmente accettabili, i giochi di secondo grado sono riservati alle relazioni affettive come quelle all’interno della coppi, della famiglia e della terapia. In un contesto terapeutico, potrebbero essere inclusi quei momenti che dimentichiamo di menzionare in supervisione.

La seconda categoria di enactment di Britton (2007) evidenzia il modo in cui l’azione può

funzionare come un’alternativa al pensare, con la funzione di evitare pensieri e sentimenti non desiderati. L’autore suggerisce che c’è un elemento di rappresentazione simbolica, ma non è presente il pensiero del soggetto. Un esempio è uno dei miei clienti, che per due volte dimenticò di

pagare le sue sedute. L’atto del non pagare rappresentò un sentimento di vendetta non riconosciuto,

di cui era del tutto inconsapevole all’epoca. Non c’era alcun senso di “Io” connesso a questo atto, al “non ti sto pagando”. Allo stesso modo in cui, Peter, il piccolo paziente di Klein, evitò le sue pulsioni sessuali e aggressive indesiderate attraverso l’inibizione dell’attività del gioco.

Il controtransfert con i giochi di secondo grado è meno accessibile al processo cognitivo e spesso è esperito come un disagio emotivo senza nome. C’è la sensazione di avvertire qualcosa che non va ma non si sa cosa è (Bucci, 2001). I sentimenti che sono in conflitto con l'identità consapevole del terapeuta come figura d’aiuto competente e accogliente - cioè l’avidità, l’odio, l’egoismo, o il disgusto - possono facilmente evocare vergogna e senso di colpa. Una sensazione di ansia o di difesa può segnalare che si sta evitando qualcosa. La domanda centrale per il terapeuta non è cosa sto provando, ma cosa non sto provando?

Soth (2013) focalizza il concetto per cui essere consapevoli del proprio controtransfert ha molto senso quando si lavora con il nostro processo inconscio. Come riflettiamo sui sentimenti che sono fuori dalla consapevolezza? Il modello di Bucci (2011) della comunicazione emotiva e gli scritti di Ogden (1994/2004) sull’uso della reverie offrono entrambi delle guide similari per lavorare con i giochi di secondo grado. Secondo Bucci (2001) “l’immaginazione è il perno del processo referenziale” (p.62) che connette l’esperienza subsimbolica (ciò che sento a livello dei sistemi sensoriali, somatici e motori) ai significati simbolici verbali o alle parole. Le immagini, che appaiono nella mente del terapeuta attraverso associazioni libere fluttuanti, ricordi, canzoni, o sogni, rappresentano metafore di un’esperienza non espressa a parole. La riflessione sulla metafora consente al terapeuta di dare un senso a ciò che accade nella relazione. Per esempio, Jacobs (1986)

nota, nel suo lavoro con il signor K., un’associazione visiva con l’immagine di un oratore che si esibisce di fronte al pubblico estasiato. La riflessione dettagliata di Ogden (1986) sulle sue fantasie mentre lavora con un cliente segue lo stesso percorso, dal simbolo o immagine non verbale ad un simbolismo verbale con pensieri o parole.

Raramente uso la selfdisclosure in questo processo, e spesso il cambiamento emotivo del

terapeuta rappresenta il catalizzatore per il cambiamento, producendo una trasformazione nel campo interpersonale. L’insight spesso è in ritardo rispetto all’azione (Stern, 2010). La verifica finale dei nuovi significati che emergono deve poggiare in ultima analisi sulla scoperta del cliente o sulla “diagnosi fenomenologica” di Berne (191, p. 67). 

 

Mike

Mike aveva quasi sessant’anni e soffriva di ansia cronica, insonnia, depressione e altri sintomi da stress post traumatico correlato a una storia di violenza fisica e abusi sessuali da parte di suo padre.

Stava meditando il sudicio prima di cercare una terapia. La sua vita adulta era stata limitata da una sofferenza ossessivo-compulsiva che limitava seriamente i suoi processi di pensiero e le sue attività quotidiane. Per esempio, compulsivamente trasformava le targhe delle macchine in acronimi. Ma se gli veniva in mente un acronimo negativo, doveva farne 10 positivi prima di fare qualsiasi altra cosa.

Da bambino, Mike si era adattato alla tirannia di suo padre controllando con attenzione ogni interazione tra loro in un tentativo disperato di evitare di provocarlo. Provò a ricostruire più volte la sua età scolastica, quando si preparava alle regolari sedute di interrogazione, che finivano spesso in pestaggi nonostante i massimi sforzi di Mike. La follia di suo padre si è organizzata sulla piena negazione della realtà di Mike. La sopravvivenza dipendeva da un’intricata gestione dei suoi pensieri, comportamenti e parole.

Nella parte iniziale della terapia, Mike portava degli appunti ad ogni seduta e li leggeva. Se gli chiedevo di lasciare perdere del tutto i suoi appunti, appariva afflitto. Mike era una uomo garbato e gentile, molto piacevole e per niente richiedente. Comunque, mi sentivo un pochino inutile con lui, come se qualunque cosa dicessi sembrava non avere alcun impatto su di lui. Ad un certo punto feci il tentativo di parlare di questo processo con lui. Commentai che mi sembrava che lui vivesse i miei input come distruttivi. Mike disse che aveva l’ansia di potere dimenticare qualcosa di importante e s scusò di non lasciarmi spazio. Alla fine della seduta ci sentimmo entrambi incompresi.

Dopo poche sedute successive, Mike smise di portare i suoi appunti. Una sottile distanza si

insinuò tra noi, anche se apparentemente la terapia sembrava procedere abbastanza bene. Veniva regolarmente e non aveva più pensieri suicidiari. Un giorno gli chiesi in merito all’assenza degli appunti, e Mike mi confessò che li memorizzava prima di ogni seduta. E 'stato un momento doloroso. Sentiva di aver rotto una sorta di regola con gli appunti, e si comportava come se una specie di castigo fosse imminente. Mentre parlavamo di questo, Mike si rese conto che si stava comportando esattamente come aveva fatto da bambino. Era meticolosamente attento a non fare un passo sbagliato con me, nonostante la sua sensazione consapevole di fiducia. Alcune settimane più tardi, dovevo preparare un report per l’agenzia di assicurazione governativa che finanziava la terapia di Mike, e mi ritrovai a prendere appunti durante le sedute. Questo era inusuale per me, ma dissi a me stessa che mi stavo prendendo cura dell’ansia di Mike registrando i dettagli e date per il report. Mike chiese delle dichiarazioni scritte a sua sorella per documentare il suo report. Era ansioso di fare tutto bene per l’assicuratore e temeva di non essere creduto. Gli dissi

che non aveva bisogno di fornire delle prove e provai a rassicurarlo sul fatto che aveva fatto una richiesta valida di finanziamento. Tuttavia, Mike sentiva che stavo sminuendo la sua versione dei fatti. Diventò più distante, pur essendo sempre molto educato. Mi sentivo esasperata, come se tutto quello che facevo ci legava in nodi di incomprensione.

La situazione raggiunse un punto cruciale quando giunse la relazione del perito assicurativo con un dato fondamentale scorretto. La persona che fece la valutazione disse che le sue valutazioni erano corrette e che aveva un’email da parte di Mike come prova. Mike si sentì inascoltato, senza speranza, e rassegnato ad un mondo che non ascoltava. Durante questo periodo, mi raccontò di un sogno in cui stava pilotando un aereo che si schiantava a terra. Giungevano gli ispettori per investigare sull’incidente aereo e prendevano molti appunti. Loro parlavano e parlavano tanto su cosa pensavano fosse andato male. Mike nel sogno si sentiva frustrato, ignorato e disprezzava gli investigatori. Lui pensava, “Si, si, certo, ma cosa potrebbero sapere?”.

Ad un tratto mi accorsi di comportarmi proprio come un ispettore che investigava sullo schianto aereo con il mio quaderno ufficiale di appunti, e tentavo di dire a Mike che le sue lettere di prova non erano necessarie. Stavo lì in mezzo alle rovine della vita di Mike, con gli appunti in mano, annotando il danno con calma. Potevo vedere me stessa che agiva agli occhi di Mike come se fossi l'esperta e che la sua versione della verità era irrilevante. Ero diventata come suo padre arrogante in qualche misura, e mi chiedevo (con qualche difficoltà) se mi piaceva sentirmi responsabilizzata e importante dopo le settimane in cui mi ero sentita insignificante.

La mia frustrazione sparì velocemente, lasciando il posto a curiosità e compassione, e lasciai stare il mio quaderno di appunti. Il pattern di gioco emerse più chiaramente dalla nebbia dell’inquietudine. Mi sembrava che Mike e io eravamo stati presi da un tentativo furioso di controllare la relazione. Una dinamica diadica si stava attualizzando inconsciamente. All’inizio Mike controllava le sedute con i suoi appunti mentre io mi sentivo ignorata e senza potere; poi, con uno scambio di ruoli, io controllavo le sedute con i mie appunti mentre Mike si sentiva senza potere. Quando gli ho suggerito che i suoi appunti non sarebbero stati necessari, lui si è sentito ignorato, come se non ci fosse spazio per la sua realtà.

La furia che si nascondeva sotto queste interazioni è stata più difficile da vedere. Ho dovuto sentire la mia frustrazione per essere stata ignorata e la sottile gratificazione conferita dal potere, prima di potere capire cosa stesse succedendo a Mike. Gli appunti sembravano creare un intreccio di burocrazia che nascondeva una rabbia che ognuno di noi negava. Mentre parlavamo di questo, ho cominciato a chiedermi se Mike usava le sue ossessioni, come la burocrazia, per tagliare via la sua rabbia.

Nei mesi successivi, Mike sperimentò sentimenti profondi di rabbia e cominciò a correre il rischio di esprimerla e di affermare se stesso. Questo processo fu affrontato con ansia perché il riappropriarsi della sua rabbia stimolava in Mike il sentirsi come suo padre che odiava. Si rese conto che la sua calma, il suo modo sottomesso e le filosofie buddiste funzionavano come il mantello dell'invisibilità di Harry Potter, per nascondere un bambino furioso. Questi sentimenti di rabbia lo avrebbero messo in pericolo nella relazione con suo padre. Cominciai a considerare il gioco tra noi come un derivato del dramma originale tra un bambino indifeso che è costretto a sottomettersi ad un genitore violento. Dopo avere liberato la sua rabbia, seguì una marea di tristezza e di dolore, prima nei sogni confusi e infine nel pianto.

Questo esempio illustra un tipico meccanismo relativo a un processo controtransferale di secondo grado: dall’inquietudine fioca e dalla sensazione che qualcosa non va ad un cambiamento emotivo all'interno del terapeuta tramite la traduzione di un’immagine simbolica (l’ispettore che investiga sull’incidente aereo) che, in questo caso, è stato stimolato dal sogno del cliente.

 

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